Fabio Grigenti
Frequentare mondi possibili. Il virtuale, il simulato e il metaverso
Si fa un gran parlare di “realtà virtuale” e nel tempo più recente, durante l’immobilità forzata indotta dalla
pandemia, qualcuno di noi avrà “sperimentato” un “abbraccio virtuale” o scambiato un “bacio virtuale”. Ma che cosa significa veramente “virtuale”? L’intervento si svolgerà come un breve itinerario tra i significati di “virtuale” e quelli correlati di “simulazione” e “metaverso”. Si cercherà di far vedere a quali dimensioni del reale alludono questi termini e si ragionerà sugli effetti che la frequentazione di mondi virtuali può avere
per la nostra identità e capacità di relazione.
Luciano Fadiga
Trenta anni di neuroni specchio
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una crescita esponenziale delle pubblicazioni scientifiche su BMI (Brain-Machine Interfaces). A questo non ha corrisposto una parallela espansione sul versante applicativo e, nei rari casi in cui ciò è avvenuto, si è trattato di “proofs of concept” più che di interventi che portavano un reale beneficio al paziente. Nella mia esposizione discuterò vantaggi e criticità nel design delle interfacce con il cervello umano trattando in modo specifico l’ottimizzazione della qualità del segnale, il problema della stimolazione elettrica, la biocompatibilità. Tratterò infine il problema dell’utilità: quali scenari possono realmente rappresentare un passo avanti per il miglioramento della qualità di vita di un paziente gravemente inabile? E perché dimentichiamo che l’interfaccia più importante è sempre quella tra cervelli umani?
Federico Zilio
Il limbo della coscienza perduta. Le questioni neuroetiche legate ai disordini della coscienza.
Che cosa significa perdere la coscienza? Che cosa succede quando ci addormentiamo profondamente in un sonno senza sogni e al risveglio ci sembra siano passati solo pochi secondi, oppure quando specifici interventi chirurgici vengono eseguiti in anestesia generale? In questi casi, possiamo supporre che non proviamo nulla, non possiamo sognare o immaginare, né siamo consapevoli di noi stessi e di ciò che ci circonda. Le situazioni appena descritte sono transitorie, nel senso che rimaniamo incoscienti per un breve periodo, ma non perdiamo la capacità in quanto tale di essere coscienti. In altri casi, tale capacità viene compromessa in modo consistente, e con essa la disposizione a produrre un’attività mentale adeguata. Questo può accadere quando, a seguito di un trauma o di una malattia, viene diagnosticato un disordine della coscienza.
I disordini della coscienza sono caratterizzati dalla compromissione o dalla perdita completa della coscienza di sé e della consapevolezza dell’ambiente esterno. Esistono diversi disordini della coscienza, come il coma, lo stato vegetativo e lo stato di minima coscienza, tuttavia, non è sempre chiaro se e quanto le persone con questi disordini posseggano ancora dei residui di coscienza. In tal senso, alcuni pazienti, che sembrano a tutti gli effetti non responsivi, si rivelano successivamente possedere ancora un certo grado di consapevolezza e/o di capacità di percepire l’ambiente circostante.
Le neuroscienze negli ultimi decenni hanno sviluppato metodi, strategie e neurotecnologie utili a identificare queste persone intrappolate nel limbo dei disordini della coscienza e a permettere loro di comunicare nuovamente con il mondo (come le brain-computer interface). Le difficoltà tuttavia sono ancora molte, così come le questioni etiche da risolvere.
Simone DiGennaro
Fatti non foste per viver come…AVATAR: la preadolescenza nell’era digitale
Se l’era moderna si apre secondo Foucault con la “scoperta” del corpo e con la
consapevolezza dell’uomo di poterlo possedere, gli sviluppi dell’era digitale proiettano la
corporeità in una dimensione dell’esistenza mai esplorata in precedenza. Le nuove
generazioni dispongono di un corpo iper-reale che sta profondamente cambiando i
processi di crescita e di formazione dell’identità personale. Emergono nuove forme
esistenziali in cui l’intreccio tra reale e virtuale appare indissolubile. E sorgono nuovi
interrogativi e dubbi: la rivoluzione digitale ci sta dando una nuova umanità, oppure ci sta
privando di essa?
Daniele Caligiore
Idee per uno sviluppo sostenibile della IA
La contaminazione tra Intelligenza Artificiale (IA), tecnologie digitali e neurotecnologie è alla base della cosiddetta “quarta rivoluzione industriale”, caratterizzata dallo sviluppo di nuove “tecnologie ibride” in grado di combinare sfera biologica, fisica e digitale. L’effetto di questa contaminazione sarà una forte e crescente pervasività dell’IA nelle nostre vite che produrrà grandi opportunità ma porterà inevitabilmente anche ad enormi rischi, arrivando persino a mettere in discussione il significato di essere umano. Esistono “strumenti” per mitigare gli effetti negativi, favorire un uso consapevole e sfruttare le potenzialità delle tecnologie ibride? Questi strumenti ci sono e, facendo leva su recenti scoperte scientifiche interdisciplinari, vedremo come possono aiutarci ad usare in modo sano l’IA.
Antonio Carnevale
Dilatare l’esperienza e ridurre il tempo: l’intelligenza artificiale alla prova della responsabilità intergenerazionale
Secondo una definizione concordata dal Parlamento europeo nel marzo 2023 e molto simile a quella già utilizzata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), un sistema di intelligenza artificiale (IA) è “un sistema basato su macchine progettato per funzionare con diversi livelli di autonomia e che può, per obiettivi espliciti o impliciti, generare output come previsioni, raccomandazioni o decisioni che influenzano ambienti fisici o virtuali”.
Il problema cruciale con la IA, dunque, non è la sua autonomia – ci sono già tecnologie autonome – ma lo sviluppo di abilità di analisi e decisione capaci presto di influire strutturalmente sull’ambiente in cui viviamo. Le implicazioni di tale sviluppo ci risultano ancora troppo vaghe. Continua a preoccuparci l’ipotesi futuristica di macchine in grado di pensare e sentire, ma dimentichiamo di chiederci cos’è che ci spinge ad avvertire probabile un simile scenario. Mentre le nostre paure si allargano, l’avvenire appare manifestarsi con tempi sempre più ristretti, imminenti. In questo mio intervento, delineo due assi lungo i quali sarà possibile osservare in futuro queste abilità sempre più in azione: la dilatazione dell’esperienza e la riduzione del tempo. Proverò ad argomentare che proprio lavorando in positivo su questi due fenomeni, che sono sia storici sia psicologici, è concepibile ripensare l’etica dell’IA come una convenzione allargata tra diverse sorgenti della responsabilità, ivi compresa una responsabilità intergenerazionale
Francesco Falcieri
Antropocene. Storia di un sabotaggio
La definizione più semplice che si può dare di Antropocene è quella piccola parte della storia della Terra in cui le attività dell’uomo hanno iniziato ad avere impatti sul clima e sugli ecosistemi a livello globale. Questi non sempre sono sempre di facile percezione: a volte si nascondono nel molto piccolo che non riusciamo a vedere, nel molto grande che non riusciamo a percepire o nel molto lontano (temporalmente o spazialmente) che ci è alieno. Inoltre, le conseguenze di questi impatti spesso sono poco prevedibili e possono avere effett,i diretti o meno, sulla nostra vita, società e attività. Stiamo di fatto creando un pianeta diverso da quello in cui la nostra società si è sviluppata e che in futuro potrà essere meno ospitale nei nostri confronti. L’Antropocene di fatto è un sabotaggio organizzato da noi stessi.
Loredana Cifaldi
Nuove frontiere della ricerca sul cancro
Il cancro, grazie ai progressi della ricerca, sta diventando una patologia cronica, più prevenibile e curabile rispetto al passato. Tuttavia, nel 2022 i nuovi casi di tumore sono aumentati dell’1,4% circa per gli uomini e dello 0,7% per le donne. Escludendo i carcinomi della cute non melanomi, i tumori più frequenti sono quelli della mammella (14,3%), del color retto (12,3%), seguiti da quello del polmone (112%), della prostata (10,4%) e della vescica (7,5%). Restituire una nuova speranza a chi soffre di questo tipo di patologia è lo scopo di molti ricercatori che operano nell’ambito dell’oncoematologia. Nonostante i notevoli progressi ottenuti adottando regimi di chemioterapia e radioterapia multimodali, il trattamento dei tumori solidi, compresi quelli infantili, rimane ancora una sfida importante per gli oncologi [1]. Recentemente, nel contesto del trattamento dei tumori solidi, un grande interesse si è incentrato su una nuova immunoterapia che prevede la trasfusione nei soggetti oncologici di cellule del sistema immunitario come le cellule Natural Killer (NK).Finora, è stato ampiamente riportato il successo clinico sull’uso di cellule CAR-NK. Di recente, attraverso esperimenti condotti presso il nostro laboratorio di ricerca, abbiamo effettuato uno studio proof-of-concept in vitro sull’efficacia antitumorale di cellule NK ingegnerizzate per il recettore chimerico chiamato DNAM-1 [3]. Le indagini in corso sono tese a generare cellule NK ingegnerizzate, altamente efficienti e dirette principalmente contro i tumori solidi, da impiegare in studi preclinici e in prospettiche sperimentazioni cliniche [4], con l’obiettivo finale di poter proporre una terapia oncologica non tossica e di grande efficacia che si rifletta non solo sugli aspetti clinici ma anche sulla qualità della vita dei pazienti.
Francesco Misiti
Il cambiamento climatico e l’effetto sulla salute
Il cambiamento climatico sta accelerando, con impatti sempre più evidenti su tutte le comunità, tra cui sulla salute dei cittadini esposti a situazioni sempre più estreme. Il tema che discutiamo è relativo alle pathoclima (neologismo degli autori), che consideriamo essere un fenomeno legato ad un processo di amplificazione delle patologie a causa dall’impatto che l’accelerazione del cambiamento climatico ha sulla salute delle popolazioni, sul sistema sociale e ambientale. Si forniranno evidenze scientifiche sulle principali patologie non trasmissibili collegate agli effetti dell’accelerazione del cambiamento climatico, in particolare quelle neurodegenerative e mentali.
Antonio Grassi
Significatività del rapporto neuroscienze-psicoterapia
Una riformulazione del concetto di etica fa da nucleo centrale di questo intervento. L’ottica psicodinamica, coniugata con i risultati delle scienze neurocognitive, apre nuove prospettive anche al processo di guarigione. Ai fini di quest’ultimo diventa, però, indispensabile il passaggio dal concetto di etica della cura all’idea di etica del senso della cura. Infatti è indispensabile riconoscere che è l’inconscio a curare il paziente, proprio tramite il senso autentico che esso coglie nelle motivazioni inerenti a sintomi, vissuti ed agiti psicopatologici.
Alice Andrea Chinaia
Modellare il cervello umano con organoidi cerebrali: un dibattito tra neuroscienze e neuroetica
Se potessimo osservare da vicino il nostro cervello, come si sviluppa, come fa connessioni e come risponde agli stimoli, che cosa vedremmo? Biologi e neuroscienziati stanno cercando di rispondere a questa domanda creando, a partire da cellule staminali umane, dei modelli tridimensionali del cervello. Questi modelli, chiamati organoidi cerebrali, promettono grandi passi avanti nella comprensione di malattie che distruggono il corretto funzionamento neurale, come la schizofrenia o il morbo di Alzheimer, ma al contempo sembrano anche essere dei complessi puzzle etici. Che uso può esserne fatto? C’è la possibilità di brevettare le scoperte fatte con essi? Che tipo di consenso va richiesto a coloro i quali decidono di donare le loro cellule? E, ancora, quanto avanti si può spingere la scienza nella creazione di modelli del cervello umano? C’è la possibilità che questi “mini-cervelli” diventino più che delle semplici colture? E, per finire, è davvero giusto chiamarli “mini-cervelli”? In questo intervento cercheremo di rispondere a questi e ad altri quesiti, illustrando le potenzialità, ma anche i limiti scientifici ed etici, degli organoidi cerebrali umani.
Luisella Battaglia
Esercizi per il futuro. Per un’etica della speranza
n che mondo vivremo? I cambiamenti limatici, la crescita della popolazione mondiale, i nuovi scenari aperti dall’ingegneria genetica e dalla robotica costituiscono altrettante sfide. Nell’immagine del futuro, da un lato, confluiscono speranze e timori che a tratti oscurano quel che davvero sta accadendo nelle nostre città come nei laboratori di ricerca, dall’altro, le stesse dimensioni del cambiamento aprono grandi ambiti di incertezza. Occorre aggiungere che negli ultimi decenni il progresso scientifico ci ha fornito strumenti prima impensabili per migliorare la società e la nostra vita ma, per ottenere risultati concreti, è necessario operare in modo coordinato su molteplici livelli: etico, scientifico, tecnologico, economico, sociale. Per questo dovremmo fare esercizi di futuro, provando a immaginare le conseguenze che potranno avere le decisioni prese oggi sull’umanità attuale, le generazioni future e il destino del nostro pianeta. Il termine esercizi rinvia appunto a questa incertezza ma anche alla volontà di reagire alla rassegnazione e al cosiddetto presentismo, cioè a quella sorta di preferenza per il presente e per il pensiero a breve termine che caratterizza il nostro orizzonte etico e politico.